RENZI PUNTA SUL REFERENDUM PER UNA SUA LEGITTIMAZIONE POLITICA
Un premier appannato, già costretto a giocarsi il jolly del referendum confermativo della riforma della Costituzione come plebiscito pro o contro di lui.
L’affanno di Renzi è stato dimostrato dalla durata eccessiva, quasi tre ore, della conferenza, nonché dall’idea ormai non più sorprendente delle slides, alle quali i disegnini dei gufi hanno sottratto ogni ulteriore possibile appeal.
Se realmente i risultati presentati, soprattutto lo stentato +0,8% di crescita del Pil, il più basso dell’area Euro, fossero stati così incisivi e positivi, sarebbe bastata solo mezz’ora.
Un dato positivo lo è in sé: non c’è bisogno di condirlo con considerazioni astratte, battute, accuse all’Europa e alle opposizioni, ostentazione di ottimismo e, soprattutto, coniugazione dei verbi sempre e costantemente al futuro.
L’Italia del 2015 ha stentatissimi numeri positivi esclusivamente per vicende esterne: inflazione bassissima, costo del petrolio ai minimi, interventi monetari della Bce e poco, rilancio della sola industria dell’auto.
Questi fatti concreti, insieme con la vicenda torbida del salvataggio delle 4 banche decotte, hanno tolto smalto al cosiddetto “storytelling”, la narrativa del “tutto va bene, sono state fatte le riforme, quindi si riparte a trainare l’Europa”.
Troppe parole hanno cercato di nascondere risultati inadeguati. Lo stesso premier se ne deve essere reso conto, quando ha rilanciato la posta, con l’idea di collegare il proprio destino politico agli esiti del referendum confermativo (forte di sondaggi che danno la maggioranza degli italiani favorevole alla riforma).
Renzi ostenta indifferenza rispetto alla sua carenza di legittimazione, derivante dalla circostanza di non essere stato eletto e di guidare una coalizione nella quale i sia pur piccolissimi partiti che la puntellano hanno una forza contrattuale enorme, non controbilanciata dall’unità del PD, che continua ad essere diviso e frantumato.
Con le elezioni europee del 2014 in parte il premier aveva cercato una legittimazione elettorale: operazione in qualche misura riuscita grazie alla regalìa degli 80 euro, che ora, però, ha perso smalto.
Il referendum/plebiscito spiega molto meglio di qualsiasi altra considerazione politica ed economica i veri intenti della legge di stabilità per il 2016, che lungi dal comprimere la spesa ed abbassare le tasse, aumenta ulteriormente la spesa pubblica, finanziandola in deficit, cioè aumentando ulteriormente la differenza negativa tra entrate ed uscite col pericolo di un ulteriore incremento del debito pubblico. Rischi macroeconomici enormi, finalizzati a rinforzare il consenso in vista appunto del referendum e delle elezioni amministrative: ecco, dunque, il perché delle discutibili scelte di confermare 10 miliardi di spesa inefficaci per gli 80 euro, sgravi per assunzioni a tempo indeterminato che sarebbero effettuate comunque anche senza, eliminazione della Tasi, ulteriori elargizioni come i 500 euro ai neo diciottenni.
Tutte misure utili per indurre l’elettorato a scegliere a favore o contro Renzi al momento di un referendum che, invece, avrebbe un contenuto ed un’importanza totalmente diversi: il futuro assetto del Paese, legato alla pesantissima modifica della Costituzione.
Tramutare il referendum in plebiscito eliminerà totalmente dal dibattito e dall’approfondimento i contenuti di merito della riforma, per concentrarsi solo sul “Renzi sì” o “Renzi no”, mandando così gli italiani a votare sostanzialmente alla cieca ed esasperando le parti, che si trasformeranno in vere e proprie fazioni.